E anche quest’anno ci siamo andati, ci siamo fatti una full immersion di libri e colori alla Fiera del libro per ragazzi di Bologna.
E ci mancherebbe non ci fossimo andati visto che lo studio RAM sta proprio a Bologna.
E poi andare in fiera ha anche un significato igienico e sportivo perché ti fai i chilometri camminando per i padiglioni, ti riempi gli occhi e dopo le 10 di mattina puoi usufruire anche della sauna gratis grazie al sole battente contro le vetrate.

Dunque, primo giorno: noi di RAM tutti carichi pronti a conquistare il mondo. A destra, a sinistra, avanti e indietro una fiumana di gente di tutte le lingue. Gli illustratori li riconosci perché sono giovani con il loro carpettone portfolio sotto braccio e spesso un enorme zaino sulle spalle che sa di terre lontane e di sogni da realizzare. Poi il popolo degli espositori, le donne con i tacchi (solo il primo giorno, alla fine della fiera il tacco era sparito per far posto alle ballerine ultra flessibili e alle calzature ortopediche complete di calze elastiche defatiganti) e il vestitino carino e gli uomini rigorosamente e scomodamente in giacca.

Un’opera del vincitore dell’international award for illustration Juan Palomino

Due mondi: l’arte e il commercio. E noi di RAM in mezzo a nutrirci di libri come di caramelle per gli occhi. Personalmente, io le caramelle me le sono messe pure in tasca approfittando anche di ogni tipo di gadget possibile purché gratis. E infatti dopo appena due ore la mia borsa era pesantissima

Il primo giorno è di ambientazione e per sentire le vibrazioni, per coltivare un po’ l’eccitazione da fiera. Praticamente non ci siamo mai seduti, l’adrenalina era tanta ed era tanta anche la gente spiaggiata come balene dappertutto: non si sa perché infatti gli organizzatori della fiera hanno ridotto al minimo le panchine. Mi sono persa innumerevoli volte e ho avuto anche il sospetto, purtroppo fondato, di stare girando in tondo.

Secondo giorno ancora felicità e tanti Wow! Uhh! Che bello! Trooppo figo! Io mi sentivo al lunapark , l’odore di carta appena stampata mi dava alla testa e ho perso del tutto l’orientamento quando ho provato un videogame in realtà aumentata che mi ha fatto sentire troppo bene perché di solito sono una schiappa ai videogame e invece lì riuscivo a colpire i bersagli e non ho voluto pensare al fatto che era un gioco per bambini. E poi tutti gli stand: quelli con gli ologrammi, quelli con le favole interattive, quelli dark, i cinesi, giapponesi, coreani, australiani, africani, del Brasile, degli Emirati Arabi Uniti, della Galizia e della Catalogna. E ognuno si portava dietro un pezzetto della propria cultura e passo dopo passo ti ritrovavi in Olanda e poi in Russia.

E tanto caffè, ettolitri di caffè espresso tanto che ormai davo del tu alla signora del banco. In più c’erano tanti eventi, in contemporanea e in continuo, in varie aree chiamate appunto cafè: digital cafè, author cafè e così via. Il secondo giorno poi sembrava ci fosse ancora più gente del primo, c’era questo flusso irrefrenabile che si coagulava attorno ai buffet gratis e così ho avuto la conferma che cibo e alcool gratis mettono tutta l’umanità d’accordo.

Poi il terzo giorno. Già sentivo la differenza, una certa stanchezza, i piedi trascinati e il solito flusso di gente, ormai dimezzato, che stavolta si portava dietro il trolley pronto a ripartire per chissà quale parte del globo. Anche l’ingente spiegamento di polizia dentro e fuori la fiera si era un po’ rilassato, anche i bagarini all’ingresso gridavano più sommessamente. Persino i tassisti venivano mandati meno a quel paese in varie lingue. Erano invece spuntati come funghi i controllori dell’autobus che ne approfittavano per fare cassa l’ultimo giorno.

Dentro la fiera ormai io non mi perdevo più: la maggior parte degli obiettivi che come RAM avevamo li avevamo ormai raggiunti e ci trascinavamo da uno stand all’altro. Finalmente io sono riuscita a comprare qualcosa vincendo la mia tirchieria e mi sono fatta autografare un libro da Stefano Bessoni. E ho scattato tantissime foto per tutti voi che non c’eravate, per chi c’era e si è addormentato, per chi si è fatto prendere dalle crisi di agorafobia ed è sc

Stefano Bessoni

appato e per chi non è riuscito a trovare un pass.

La tragedia è stata dopo, quando l’adrenalina è scesa e i dolori per i quarti inferiori si sono fatti sentire, un lungo indolenzimento che dalle anche arrivava fino ai mignoli dei piedi. E poi le spalle, segate dalla borsa stracarica di fogli, libri e gadgets. Stravaccata a letto con i piedi nella bacinella, il corpo a pezzi e la mente ancora in fiamme mi sentivo quasi, come dire, felice…E pure contenta che la maratona era finita!